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UNA STAGIONE TEATRALE CHE VALE 100!

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La stagione teatrale 2009/2010 del Teatro Tosti è stata confezionata o meglio coordinata, anche quest’anno, da Massimo Paolucci, nella doppia veste di addetto ai lavori e di politico. Ed infatti nella premesse del pamphlet teatrale, Paolucci declama i numerosi appuntamenti del calendario degli spettacoli, evidenziando la buona qualità di un’offerta culturale eterogenea “che permetterà al pubblico di tutte le età di soddisfare nuove curiosità e intraprendere percorsi diversi”. Sfogliando il programma, si evidenziano numerosi contenitori: Il teatro del Circuito o meglio la consolidata Stagione Atam, poi c’è la rassegna di teatro contemporaneo del Teatro del Krak, giunto alla sua quarta edizione, il teatro delle compagnie più interessanti del panorama abruzzese, il teatro popolare-dialettali, il teatro per ragazzi compreso i progetti speciali, i laboratori del maestro Walter Manfrè, I musical e il teatro sacro, l’opera e l’operetta, concerti per tutti i gusti, e persino il cabaret. Insomma, un cartellone ricco di appuntamenti come al solito e che da sempre apre due scuole di pensiero in città : quella che vede di buon grado tale “mole” di pièce pensata per soddisfare, ribadisco, il più possibile i variegati gusti del pubblico, e quella che preferisce un’offerta culturale meno densa e “caotica” e magari di livello più alto, mirata a creare una precisa identità del nostro teatro. Entrambe le posizioni sono lecite e probabilmente convergono sul punto che “tutti non devono vedere tutto”, ma ogni spettatore deve fare una scelta e selezionare un proprio pacchetto di spettacoli.Tutto ciò, sicuramente già avviene sulla piazza ortonese, ma si ha la netta sensazione che dopo la riapertura del Teatro il fruitore abituale sia sempre lo stesso e più o meno in gruppo si sposta da un circuito all’altro. Il problema è creare nuovo pubblico, invogliando, soprattutto, le nuove generazioni che defezionano un po', ad andare a teatro,  ma anche mantenere lo zoccolo duro, cioè gli appassionati che vanno sempre e comunque stimolati con opere interessanti. Sarà il circuito Atam ad aprire ufficialmente la stagione teatrale del Teatro Tosti con la commedia musicale in due tempi “Sam Capuozzo” che si terrà domenica 22 novembre alle 18. La pièce si regge sulla simpatia e bravura dei Marina Confalone, direttamente dalla “nouvelle vague” napoletana, e sulle musiche e canzoni originali di Elio e Le Storie Tese. Il cartellone Atam riserverà come sempre spettacoli di pregio, nomi di rilievo nel panorama teatrale e mostri sacri, come Carlo Giuffrè che tornerà a distanza di diversi anni ad Ortona con “I casi sono due” di Armando Curcio, il 13 gennaio 2010. Un altro ritorno, questa volta recente, è quello di Edoardo Sylos Labini che presenterà, il 3 dicembre, alle 21, il suo “Bang Bang”, commedia coadiuvata da un juke box  vivente Ottavia Fusco e dalla sua straordinaria band. La città avrà il piacere di vedere sul palco anche la concittadina Federica Di Martino nello spettacolo “Molto rumore per nulla” di William Shakespeare, con la regia di Gabriele Lavia, il 3 febbraio prossimo. Per la sezione “Teatro del Territorio”, l’Assodeon Teatro riformato da attori locali che hanno mantenuto le fila del teatro ortonese in questi anni e investendo ora su nuove produzioni, porterà in scena, giovedì 26 novembre, alle 21, “La Mandragola” di Niccolò Macchiavelli. Il teatro dialettale, invece, che riscuote sempre un grande successo, ripartirà domenica 29 novembre, alle 18, con “Don Pascà fa acqua à pippa” della Compagnia il Quadrifoglio, mentre domenica 13 dicembre, stesso orario, il classico “Natale a casa Cupiello”. Sempre nel periodo natalizio, dal 17 al 21 dicembre ore 10.30, “Canto di Natale” di Charles Dickens (adattamento e regia di Sabatino Ciocca) con l’attore professionista ortonese Sebastiano Nardone. Ad anno nuovo, ripartirà anche la rassegna “Respiri di scena” di Antonio Tucci, volta a valorizzare le compagnie giovani e indipendenti abruzzesi e nazionali. Non mancherà il progetto speciale di Walter Manfrè che oltre a la Confessione e Visita ai parenti, proporrà il nuovo spettacolo in carrozze treno “Il viaggio” dal 7 al 10 gennaio prossimo. Spazio anche all’Accademia dello Spettacolo che proporrà  i musical e il teatro sacro, e come nuovo allestimento “A qualcuno piace Caldo” il 15 e il 16 maggio prossimo. La musica, come sempre, protagonista della stagione, e quindi, numerosi concerti dei quali imminenti: quello di Eugenio Finardi il 4 dicembre, alle 21 e Piero Mazzocchetti, il 26 dicembre, stesso orario. Riconfermati i format: Donne in Jazz e I concerti Aperitivo e Tea Concert. Quest’anno, si è pensato anche al Cabaret con Marco Papa Show, il 10 dicembre alle 21 e il Vincenzo Olivieri Show, il 16 dicembre. Infine, immancabile l’Opera con  “L’Otello” che vedrà sul palco Renato Bruson, 8 dicembre alle 17.30 e l’Operetta con “La vedova allegra”, il 15 dicembre alle 21. Il costo complessivo della stagione teatrale è di 100 mila euro, finanziata con i fondi pubblici.

NEMICO PUBBLICO

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Nemico Pubblico. Era da un po’ che l’aspettavo, soprattutto dopo aver visto il suo trailer avvincente e serrato a “puntino” per un gangster movie  e poi la garanzia del regista Michael Mann (quello di L’ultimo dei Mohicani  e Heat- La Sfida, tanto per citarne due), ma soprattutto di Johnny Depp e anche di Christian Bale, che fa la sua porca figura! Nemico pubblico, appunto:  la storia del gangster anni ’30 John Dillinger e della sua banda con Baby Face Nelson e Pretty Boy Floyd, non convince fino in fondo. Il massimo che mi sento di esprimere è CARINO, ino-ino come ho percepito anche dagli umori della sala tra primo e secondo tempo, con un silenzio glaciale a fine proiezione. L’attorissimo Depp non sembra convinto al 100% della parte e non riesce a trasmetterci il pathos del rapinatore di banche ai tempi della grande depressione. Però ladro si, ma  sempre con  uno stile romantico-malinconico e  capace di risparmiare i soldi di clienti, ma non del caveau (un robin hood moderno, insomma). E poi, dove lo trovi un cattivo appassionato di cinema e gentiluomo con le donne ? Ed infatti quello che cerca D. è amore vero anche se ha il sapore proletario di Billie Frechette (la brava attrice Marion Cotillard). Purtroppo, la storia d’amore tra i due mi sembra poco approfondita,soprattutto se il finale, un po’ buttato lì, è riferito ad una parola chiave: blackbird usata da Dillinger nell’approccio con Billie che non so perché mi ha fatto ricorda la rosebud di Orson Welles in Quarto Potere. Decisamente il migliore del cast è Christian Bale nei panni dell’implacabile e spigoloso agente di polizia Melvin Purvis assoldato dall’ufficio di investigazione per catturare “morto o morto” il gangster n. 1 e i suoi scagnozzi. Purvis/Bale è molto convincente nel suo essere anonimo, freddo, solitario e capace di combattere il crimine giorno e notte con le più tecniche moderne a disposizione della polizia e  avvalendosi anche dei media per intimidire agli avversari. Al contrario, Dillinger/Depp vive la vita alla grande (donne, macchine veloci, baseball e, appunto cinema), astutissimo  in ogni situazione e sempre con il colpo in canna della sua mitraglietta Thompson. Inoltre, Re delle evasioni. Il regista Mann è un indiscutibile maestro dei film d’azione e lo dimostra nelle scene di sparatorie “ammazza, ammazza”, nelle fughe e negli inseguimenti, ma non approfondisce (lo ripeto) la trama e le sottotrame presenti nel film. Così come la fotografia del grande Dante Spinotti che non mi sono piaciute molto perché eccessivamente iperrealistica – a tratti da fiction e a tratti confusionaria. Non ho approvato nemmeno l’uso ridondante della camera a spalla di Mann e la colonna sonora un po’ scarna. Nemico Pubblico merita un sei e non di più. E’ brutto rimanere delusi da una pellicola che tanto aspettavi.

Che fine ha fatto il Cinema Odeon?

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"A buon punto la realizzazione del Palazzo in centro da parte del costruttore Di Zio, ma del cinema nemmeno l’ombra!”. E’ questa la considerazione dell’associazione culturale “Nuovo Cinema Odeon” davanti al piano riservato alle due sale cinematografiche ancora allo stato grezzo rispetto al resto dello stabile. “L’emendamento all’art.27 del Piano regolatore votato all’unanimità dal consiglio comunale del 21 dicembre 2007 vincola il costruttore alla realizzazione del cinema nell’edificio che ha preso il posto dell’Odeon” si legge in una lettera che l’associazione ha inoltrato ai rappresentanti delle Istituzioni, “dal momento che tale vincola risulta ancora in essere, chiediamo come mai a tutt’oggi, nonostante la realizzazione dello stabile sia quasi completo per quanto riguarda la rifinitura degli appartamenti ad uso privato, l’imprenditore edile non abbia ancora provveduto a realizzare il cinema”. L’associazione si batte dal 2005 per la restituzione alla cittadinanza di uno spazio culturale multifunzionale, così come è previsto da una convenzione tra Di Zio e l’Ente pubblico che permise al primo di abbattere la vecchia struttura cinematografica per realizzare la nuova palazzina con annesso una sala per la proiezione di film in pellicola. “Siamo molto preoccupati di fronte a questa situazione di stallo ormai insostenibile, perciò vogliamo sapere se e cosa si sta veramente facendo perché la città possa al più presto usufruire in centro di una struttura vitale quale il cinema. Non pensate sia ora che questa vicenda si chiuda finalmente in modo dignitoso?”, continua la missiva alla quale il comitato auspica una risposta dall’Ente in tempi brevi, informandola, ovviamente, su tutte le decisioni e anche degli eventuali “cambiamenti di rotta”  che l’amministrazione comunale intende adottare per risolvere la questione. In questi anni, sono stati numerose e molteplici le iniziative del movimento cittadino tra cui una petizione popolare con la quale sono state raccolte 2000 firme in favore dell’Odeon.

Parnassus- L'uomo che voleva ingannare il diavolo

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Sognare ad occhi aperti con Terry Gilliam è sempre possibile. Così come immergersi nel suo mondo strampalato fatto di strani personaggi, ambienti che assomigliano a tante lattine pressate e oggetti riciclati che prendono le forme più imprevedibili. Ma con “Parnassus- L’uomo che voleva ingannare il diavolo”, Gilliam si spinge oltre e ci regala un film che ha come protagonista il testo teatrale, più che la storia in senso stretto. E’ tutto un grande inganno il cinema (di Gilliam)? Sicuramente la visione delle immagini in movimento tradiscono il reale 24 fotogrammi al secondo e il cinema sposa in pieno il  panta rei (tutto scorre) come il tempo e come la vita. Paranassus è, quindi,  filosofico con i ricorrenti interrogativi sull’uomo e sul suo destino, ma soprattutto è fantasmagorico, cioè un film sull’arte e forse oggi un’arte figlia di un dio minore: il teatro “straccione” di strada. Lo spettacolo, in questo caso, è la rappresentazione del senso della vita (ammesso che tutto ciò sia rappresentabile), così come il mondo, anzi l’universo che si regge sui racconti orali fin dalla notte dei tempi negli antichissimi monasteri  di “tutte le religioni” e nella biblioteca di Babele. Parnassus è cinema di invenzione con momenti nostalgici dei Monty Python, anarchia visiva e voglia di criticare ancora una volta la società Occidentale delle belle forme e di contenuti forse  brutti/ali e puerili.  Parnassus rispecchia il cinema  maledetto di Gilliam dove l’opera si interrompe e non giunge a compimento, come ad esempio Lost in the Mancha, titolo fantastico che traslerei in Lost in the Terry Gilliam’s movie. Perché è così… il pubblico non può che perdersi nelle sue fantasiose immagini. Tornando al suo cinema delle sfighe, durante la lavorazione di Parnassus, muore il giovane attore Heath Ledger alla maniera di star maledetta, e purtroppo per la produzione, impegnato nella parte di protagonista. Il film sembra compromesso  per sempre e invece, corrono in soccorso del regista di “Paura e delirio a Las Vegas” attori del calibro di Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrell a sostituire l’amico scomparso, anche perché la sceneggiatura ricalca mondi immaginari  e poteva essere, appunto, adattata alle nuove esigenze. Ma ci sono anche Christopher Plummer – dott Parnassus, Lily Cole sua figlia, il bravissimo Andrew Garfield-Anton e Verne Toyer- il nanissimo Percy, a mandare avanti la baracca che assomiglia a quella del precursore del cinema “fantastico” George Méliès ( i riferimenti più o meno espliciti a Le voyage dans la lune, non sono casuali). Applauso doppio a Tom Waits  per una parte folgorante, ossia Mr Nick:  il diavolo in  persona, che affascina nel suo smoking e ammaglia nei fumi della sua interminabile sigaretta.

District 9

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Come sarebbe la convivenza tra umani e alieni secondo Neill Blomkamp? Sicuramente non delle migliori come ci racconta nel suo mockumentary (falso documentario) fantascientifico District 9. Il film è stato prodotto da Peter Jackson che abbonda per un attimo i giocattoloni in stile “Signore degli Anelli” per rivivere i tempi strampalati e genuini di “Splatters. Gli Schizzacervelli”. District 9 ha il sapore di un B-movie, mentre in realtà è altamente tecnologico, con gli alieni abbastanza ributtanti chiamati in maniera dispregiativa “Gamberi”, ma queste creature a differenza di quelle di Mars Attack e Starship Troopers sono pacifiche. E forse proprio per questo per vent’anni (negli anni’80 un’astronave madre è arrivata su Johannesburg (Sud Africa) senza muoversi più) gli alieni rimangono ghettizzati nel distretto 9 e trattati peggio degli animali! I maltrattamenti e il razzismo nei confronti degli extraterrestri con cartelli di divieto d’acceso nei pubblici esercizi e di transito sul suolo pubblico ricordano l’ apartheid  e tutte le terribili forme d’emarginazione della storia. Il giovane Blomkamp realizza un lungometraggio davvero interessati che lancia, come appena accennato, un messaggio politico forte e di estrema attualità: il problema degli stranieri! E questi esseri non-umani sono appunto stranieri ghiotti di cibo per gatti e ammassati in baraccopoli che ricordano le discariche di Wall-E. Inoltre, sono vittime sia del sistema che delle bande guerrigliere che intessono con loro loschi traffici, senza trascurare la popolazione locale che è scesa più volte in piazza per sensibilizzare il governo a trasferire gli ospiti sgraditi altrove . La pellicola strizza l’occhio al cinema meraviglioso di Carpenter, Cronenberg e Tsukamoto, infatti è impossibile non pensare –durante la visione –a capolavori come :“La Cosa”, “La Mosca”, “Existenz”, tutti i “Tetsuo” e tanti altri. Tutti film che fanno riferimento come in questo caso  alle (mostruose) mutazioni genetiche dell’uomo,  all’interazione corpo-macchina (arma micidiale), con  un retrogusto, sicuramente, cyber-punk. La pellicola girata in presa-diretta e spesso con camera a mano traballante per aumentare il senso di realismo, mi ha restituito le sensazioni (attaccamento alla storia, concitazione per i personaggi e commozione finale) di Cloverfield che: sempre di alieni si tratta, ma cattivissimi e distruttivi della terra e del genere umano come Godzilla. Sicuramente, sarà un buon home-video da gustare con gli amici.

Bastardi senza Gloria: il cinema di Quentin Tarantino

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Inglorius Basterds, il nuovo film di genere di Quentin Tarantino per la precisione un war-movie, è un vero e proprio capolavoro. Non tanto per il suo sfrenato citare altri film in particolare quelli italiani del passato per i quali dice di nutrire un grande debito, ma per il suo modo di fare cinema unico e inimitabile che forse metterà in secondo piano i  soliti discorsi critici sul “pulp”, sul “citazionismo filmico”, sul “postmodernismo” ricorrenti ad ogni nuova uscita. Tarantino tratta un periodo storico, la seconda guerra mondiale, senza la pretesa dell’auteur di tanti suoi colleghi e  rimanendo così coerente al suo cinema tarantiniano che in questo caso reinventa episodi storici come la morte di Hitler per mano di due soldati americani ebrei appartenenti, appunto, alla terribile squadra dei “bastardi senza gloria”. Discostandosi, quindi, dalla realtà dei fatti e cioè la morte suicida del Fuhrer e realizzando la giustizia o meglio la vendetta, oserei dire liberatoria, per tutte le nefandezze e atrocità dei nazisti durante la guerra. Di guerra se ne vede poco e le azioni più che militari sono delle vere e proprie esecuzioni western così come l’inizio “C'era una volta nella Francia occupata dai nazisti..." (citando Sergio Leone) e le prime immagini appunto leoniane con musiche a tema e a tratti dissonanti come “per elisa” nel momento in cui giunge in una fattoria francese il colonnello Hans Landa (stratosferico Christoph Waltz) soprannominato dalla popolazione occupata il “cacciatore di ebrei”. Eccezionale anche l’interpretazione di Brad Pitt, ossia del tenente Aldo Raine a capo dei “Bastardi”, italo-americano, sangue sioux, e con l’unico obiettivo di “uccidere nazisti!”. Ma il personaggio che mi ha stupito di più è il regista-attore Eli Roth nei panni e nella follia dell’Orso Ebreo, temutissimo dai soldati teutonici per l’ eliminare gli avversari con una mazza da baseball. Si trattano di  esecuzioni efferate  e così di routine tanto da essere diventate spettacoli da “pop-corn” per i suoi compagni giustizieri. Tarantino azzecca, come al suo solito, anche i personaggi femminili, come  Shossanna Dreyfus (Mélanie Laurent), ebrea sopravvissuta miracolosamente durante lo sterminio della sua famiglia e divenuta dopo 4 anni dall’accaduto proprietaria di un cinema d’essai a Parigi (personaggio chiave del film). Molto interessante anche l’attrice del cinema espressionista tedesco e spia tedesca di collegamento, che è un ruolo non certo facile affidato a Diane Kruger. Divertente e surreale, invece, il colonnello inglese Ed Fenech (Mike Meyers) che  mi ricorda (più che altro nelle movenze)  Peter Seller-dottor Stranamore di Kubrick. Ed è con E.Fenech  che partirà l’operazione Kino (“cinema” in tedesco) per la destituzione del Nazismo e la fine della guerra. La struttura del film è a capitoli come “Kill Bil”, la regia è perfetta e lo stile di Tarantino è riconoscibile fin dalle prime immagini, così come i suoi dialoghi folli e prolissi. Il regista utilizza tempi dilatati e  deflagrazioni improvvise dell’azione come nella magnifica sequenza della locanda. In questo film, esiste perfino il contrappasso dantesco: i nazisti, alti in grado e famiglie, muoiono bruciati nel cinema di Shossanna a seguito dell’accensione di un cumolo di pellicole di nitrato d’argento (“la pellicola che viene messa a fuoco”) come gli ebrei sterminati nelle camere a gas e cremati per far scomparire le tracce. Altro contrappasso è il marchiare a vivo i soldati germanici (tutti senza distinzione di grado) con una svastica per renderli sempre  identificabili anche dopo la guerra, così come la “stella di David” cucita sui vestiti degli ebrei per renderli sempre riconoscibili durante il conflitto. “Bastardi senza gloria” è un gran bel film da (ri)vedere in compagnia per sfidare i propri amici al: “Trova più citazioni possibili nel film”…l’autore ne sarebbe contento.

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Il laboratorio dei Di Felice: il cinema che tocchi con mano

 

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Finalmente, irrompo fisicamente e un po’ da “rompicoglioni” nella cameretta-studio dei fratelli Di Felice, giovani registi abruzzesi che ci hanno regalato tre bei lavori giovanilistici: il corto “Troppo tempo per pensare”,il lungo “Non lo So” e il videoclip “Non resto qui”, quest’ultimo commissionato dai Sunflower. Gli amici Cristiano e Alessandro mi accolgono calorosamente nel loro piccolo regno dove mettono appunto le loro produzioni… io mi metto subito a mio agio e mi guardo in giro: due computer con grandi schermi sono in fondo alla stanza, invece, all’entrata c’è una cabina insonorizzata per incidere la voce fuori campo. E poi grandi fogli per annotare idee e schizzarle su carta e uno scaffale su cui sono disposti ordinatamente libri di teatro e di cinema. Lo studio, il 5 ottobre, si trasformerà in aula per il laboratorio di cinema organizzato dai Di Felice. Il primo in Abruzzo della durata di 9 mesi  per un percoso formativo sul cinema e su tutto ciò che ruota intorno al cinema dove la parola d’ordine è il FARE. I di felice non sono teorici del cinema, per quello ci si sono i professoroni, le accademie e le università, bensì degli “artigiani della settima arte”. Ciò non vuol dire che non siano preparati in materia ma significa non perdersi in chiacchiere da cineclub. Quindi, l’obiettivo del  corso “Ro Film Lab” sarà quello di insegnare concretamente la realizzazione di un audiovisivo, garantendo una certa padronza di tutti gli strumenti inerenti e interagendo con tutte le maestranze dell’ambito tramite workshop, seminari. In più, ci saranno le visioni collettive delle pellicole in sala.

 

C.DIFE. “Non confondete il laboratorio con un covo di appassionati perché a noi ci interessa gente che vuole fare…bisogna lavorare e non parlare di cinema perché quando cominci a fare la conoscenza del software, i primi passi di montaggio, devi lavorare perché sei un artigiano. Da noi, si fa proprio cinema, siamo dall’altra parte della barricata e poi lasciamo il prodotto a chi lo fruisce, a chi lo vede e a chi lo sa di giudicare. Nell’esercizio visto in precedenza l’unica cosa che manca sono le immagini e invece, nel secondo esercizio (quando i ragazzi hanno cominciato a mettere nel sacco come dirigere un attore, un testo e come cominciare a montare e utilizzare la musica): i ragazzi troveranno un muro gigante e noi li forniamo solo un piccolo soggetto: Marco studente di filosofia, timido/introverso, ritardatario, genitori apprensivi Noi vogliamo capire cosa ha fatto la sera prima e cosa ha fatto la sera dopo, girando come se fosse il vostro film ma girando solo i primi due minuti. Tutto questo, senza scrivere un rigo di dialogo. Si potrebbe fare un’inquadratura con una carrellata sui fogli di lavoro dove c’è scritto domani mattina appuntamento ore 11, aula 7 università. Poi si inquadra la sveglia che fa l’una meno un quarto.

 

L.S. “Ma bisogno conoscere il personaggio per non incorrere in banalità”

 

C.DIFE “Ogni studente gira i due minuti che per comodità definiamo come punti, così tutti i punti che si assomigliano di più li portiamo fuori in modo da sistemarli e così andranno a fare il primo approccio con la stesura di due pagine di sceneggiatura”

 

L.S. “Che tipo di sceneggiatura adotterete?”

 

C.DIFE “Dobbiamo ancora decidere. Tornando al discorso di prima, gli studenti avranno per la prima volta due paginette da produrre ovvero per andare sul set per girare questa cosa. A questo punto, fanno il primo incontro con la direttrice di produzione che spiega come affrontare al meglio i due giorni di set, in che modo organizzare la giornata, come calcolare i tempi di ripresa a secondo della sceneggiatura del film. Dopodiché, avranno a disposizione anche un operatore, un direttore della fotografia, che faranno capire loro come funziona la telecamera e tutto quanto il resto. Dopo i due minuti girati cosa si ritroveranno? Materiale da montare. Ogni argomento che andremo ad affrontare  sarà sempre intrecciato con tutte e 3 le materie: SCENEGGIATURA, REGIA E MONTAGGIO. Faremo anche delle giornate in cui si farà soltanto grammatica pura però tutto questo sempre accompagnati dagli esercizi da noi creati.

 

L.S. “Da quello che ho capito, non farete un corso cinema a “mò di compartimento stagno…”

 

C.DIFE “Con il nostro laboratorio gli allievi porteranno sempre il prodotto a casa”

 

A.DIFE “Il ragazzo acquisterà un bagaglio personale su tutto ciò che è il cinema e su tutto ciò che ruota intorno al cinema, infatti ci saranno seminari, workshop…”

 

L.S. “Quindi, questo non  è un corso di videomaker…”

 

A.DIFE: “No, non facciamo un corso per videomaker”

 

L.S. “Ma non è troppa roba in poco tempo?”

 

A.DIFE. “No. Siamo stati abituati a tante persone che rubano soldi dilazionati nel tempo. Tutto questo si può contentare in un anno e ad un prezzo di 100 euro al mese di un’onestà totale, sociale, globale, culturale, professionale…”

 

L.S. “Gli allievi hanno la possibilità di assimilare tutte le lezioni?

 

C.DIFE. Lasciamo del materiale didattico e gli studenti avranno una settimana per studiare le lezioni e tutti avranno del materiale da rivedere dopo il laboratorio”.

 

A.DIFE. “Un neofita del cinema a giugno realizzerà un cortometraggio e poi a settembre dell’anno prossimo avrà un bagaglio di conoscenze tale per la sua prima opera”.

 

L.S. “Il corto viene considerato un saggio finale?”

 

A.DIFE. “Chiamarlo saggio è veramente riduttivo perché nel nostro corto investiremo soldi e con il nostro ufficio stampa cercheremo di inserirlo nei circuiti nazionali”

 

C.DIFE. “ Il corso non è improntato solamente per realizzare un corto. Come ho giaà detto,I ragazzi da subito avranno a disposizione l’operatore, il direttore della fotografia,..ecc. Quando finiscono il laboratorio, hanno conosciuto una troupe intera che volendo potranno ricontattare”

 

L.S. “Regista ci diventi acquisendo tutte le conoscenze?”

 

C.DIFE: “Noi, qui, garantiamo un percorso teorico-pratico, poi starà al singolo valutare se continuare o meno. Stiamo pensando di lasciare agli studenti un 24 ore dopo che hanno acquisito le basi su tutte le materie. Faremo tanti incontri tra cui uno con un visual effect per non limitare la creatività soprattutto in scrittura”

 

L.S. “Forse la creatività si limita facendolo veramente il film. E lo studio delle location?”

 

C.DIFE. “Faranno un esercizio dove daremo la stessa porzione di città.  E loro ci racconteranno il quartiere a modo loro e solo per immagini per evitare che l'attenersi troppo alla sceneggiatura, infatti e si riprende soltanto una strada con un angolo e due vetrine si può stare cinque minuti fermi per capire che cosa si può prendere ancora di più dalla location. Lo studente dovrà raccontare solo quello che vedrà senza mettere in scena niente e  spiegheremo anche che  non deve recarsi sul set con un’idea intoccabile, ma che quest’ultima può essere contaminata anche il giorno stesso delle riprese. Il corso è rivolto soprattutto a chi è digiuno di cinema e vuole intraprendere questa professione”

 

L.S. “Si, ma li fate vedere i film?”

 

C.DIFE. “Faremo vedere tanti film in una sala cinematografica a Roseto in 35mm”

 

L.S. “Perché avete deciso di fare un corso di cinema?”

 

C.DIFE. “La verità? Negli ultimi sei mesi, sono venuti tantissimi ragazzini al nostro studio e ne abbiamo seguiti due. Negli ultimi 4 mesi abbiamo fatto il Ro Lab a gratis e allora abbiamo pensato di aprire sul serio un laboratorio”

 

A.DIFE. “Abbiamo visto tantissimi corti abruzzesi e abbiamo notato che ci sono tanti ragazzi che hanno voglia di fare! Ma C’è una differenza sostanziale tra il dire e il fare cinema”

 

C.DIFE. “Inltre, sappiamo la prima domanda che faranno  i ragazzi dopo aver aperto per la prima volta  un programma di montaggio…noi ci siamo già passati. Insomma,siamo una nuova generazione che sta cercando di inventarsi il cinema”

 

L.S. “C’è un folle genio come Stanley Kubrick che ha detto: ho imparato ad usare la telecamera in un giorno…”

 

C.DIFE. “E infatti almeno un giorno i ragazzi dovranno fare pratica con la telecamera”

 

L.S. “Il cinema è un lavoro collettivo e questa cosa si è persa…”

 

A.DIFE. “Ed infatti abbiamo diviso i 10 iscritti in due gruppi da 5 che poi sono due mini-troupe dove si possono passare in rassegna tutte le maestranze della settima arte”

 

L.S. “Si può insegnare a fare un film di successo?”

 

C.DIFE. “Non lo so, non mi aspettavo una domanda del genere che poi non rientra nel percorso formativo che abbiamo strutturato per i ragazzi. L’ultima cosa da dire è che abbiamo tanta voglia di raccontare cose e di trasmetterle, sempre con l’idea di fare cinema”

 

A.DIFE. “Assolutamente si. Il film si può studiare a tavolino però la realizzazione dell’opera deve essere fatta con tutti i crismi”.

 

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IL GRANDE SOGNO

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Usando una metafora, “Il grande sogno” di Michele Placido è come la cameretta tappezzata di feticci giovanilistici di un adolescente. Mi viene in mente un ragazzo che oggi gioca a fare il rivoluzionario con bandiere del Che, slogan, poster di De Andrè e locandine del cinema d’autore, alla pari di tutti coloro che hanno effettivamente fatto il ’68, perchè sono stati raccontati con la stessa superficialità dell' immagine appena descritta. Placido racconta la storia del movimento studentesco con la fascinazione dell’oggi o meglio del linguaggio della fiction creando un parallelismo tra due epoche alla fine non così diverse (cambiare tutto per non cambiare niente) oppure  Placido si limita  a inserire gratuitamente nel suo film di tutto di più (pre-sessantotto, sessantotto e accenni e del post-sessantotto) senza  spiegare e  trasmettere nulla? La seconda ipotesi è forse la più accreditata perché non ho trovato nessuna idea portante  ma solo una gran voglia del regista di farsi riconoscere dalla critica e dal pubblico un’autorialità cinematografica che non ha mai avuto. Per essere un autore non basta citare il magnifico “The Dreamers” di Bernardo Bertolucci o lo sviluppo di una storia alla “meglio gioventù” di Marco Tullio Giordana. Per essere un autore non basta saper fondere immagini di repertorio e immagini di ricostruzione fiction e tra l’altro Placido lo fa in maniera pessima (discutibile la scelta stilistica e tecnica dei passaggi tra il reale e il cinema).Infine, per essere un autore non bisogna ingannare lo spettatore spingendolo a credere che le cose accadono per caso, specie se si parla del ’68. Insomma, la superficialità regna sovrana in questo “grande sogno” del regista di diventare come “Godard” o “Bellocchio”. Che male c’è nel fare cinema non impegnato? Sta di fatto che l’apice del pensiero placidiano è nel commissario Cattani della “Piovra”  e di tutto quel genere mafia-pizza che ben affiora nelle scene degli  scontri tra manifestanti e polizia (veramente ben realizzate) e nelle scene di sesso con quel gusto così retrò. Riportando la critica dell’autorevole critico cinematografico Andrea Bruni,nonché amico blogger (Conte Nebbia): “Anche il Conte ha un grande sogno. Che Bellocchio (citato più volte nella pellicola) finisca Placido a colpi di roncola. L’unica cosa filologica di questo pasticciaccio è la patatina non depilata della Trinca”( http://contenebbia.splinder.com/). Il cast formato dagli attori del momento è veramente imbarazzante. Non ho ben compreso se Luca Argentero nella parte del rivoluzionario Libero non riuscisse a recitare i dialoghi smozzicati tra i denti per colpa sua o della presa diretta dell’audio, mentre Riccardo Scamarcio nei panni di Michele Placido (autobiografia romanzata) è davvero spaesato. Una spanna sopra ai due  Jasmine Trinca (la sessantottina borghese) vincitrice del premio Marcello Mastroianni alla 66esima mostra del cinema di Venezia. E altrettanto bravo Massimo Popolizio nella parte del padre della famiglia borghese “sfaldata” dai venti di cambiamento della società. Inutili le partecipazioni straordinarie di Silvio Orlando (prova d’attore sprecata) e di Laura Morante (la parte della solita schizzata). Molto interessante,invece, il titolo del film (Il grande sogno) che rimanda più che altro ad altri immaginari cinematografici. Da vedere solo in versione home video!

“Mondo dello spettacolo? Entrarci solamente si è spinti da una passione sconvolgente”

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Sebastiano Nardone si è riappropriato della sua città per viverla più intensamente negli affetti e nella sua  professione di attore. “Sono a disposizione di tutti” assicura Nino che non fa sentire a nessuno i suoi oltre trent’anni di esperienza di attore professionista, titolo guadagnato con tanti sacrifici sui banchi dell’Accademia nazionale d’arte Drammatica “Silvio D’Amico” a Roma e sulle platee dei teatri più prestigiosi dell’Italia insieme ai grandi nomi, alle compagnie più importanti e ai registi di un certo spessore. Non solo teatro, ma anche cinema e televisione o meglio fiction di qualità targate Rai. E poi tante letture dei testi dialettali abruzzesi  (Dommarco, in primis) ma anche e soprattutto la lettura “itinerante” della “Divina Commedia” di Dante a lui carissima e di tanti altri classici. Insomma, Nardone è una risorsa per la città per il suo background culturale, per la sua umanità  e per la sua voglia di rimettersi in gioco con i giovani intenzionati ad entrare seriamente nel mondo dello spettacolo che non è  fatto dei “lustrini luccicanti” ai quali i media fanno, spesso, riferimento in maniera superficiale, ma di tanto lavoro su se stessi e in relazione agli altri e all’ambiente, senza mai dimenticare lo studio necessario anche in questo campo.

 

Bentornato Nino. Ci spieghi le motivazioni del tuo rientro in città?

 

Sono qui già da alcuni mesi. Mi sono reinserito abbastanza bene nel tessuto delle manifestazioni locali (performance al Music Day di Carlo Sanvitale, allestimento della pièce medievale al Castello  Aragonese con l’Accademia dello Spettacolo in occasione della Sagra degli antichi Sapori e partecipazione  a diverse serate, tra cui l’amarcord del complesso ortonese “Le Aquile Blu”). Ma sono tornato ad Ortona per stare vicino ai miei cari e perché qui si  può utilizzare maggiormente e in maniera più proficua il tempo rispetto alle grandi città dove si corre per recuperare i tempi morti! Ad Ortona e in Abruzzo, le dimensioni spazio-temporali sono eccezionali e ti permettono di non sprecare tempo e di fare tante cose  durante la giornata.

 

Ora che farai?

 

Oltre a quello che ti ho già detto, coltiverò  rapporti con i nuovi amici e con quelli d’infanzia con i quali hai condiviso sia delle esperienze che delle aspettative e dei sogni. Dopo il primo approccio estivo con l’Accademia dello Spettacolo, mi sono stati affidati corsi avanzati di teatro per giovani attori professionisti e non, e di approccio alla lettura della Divina Commedia. Sono contento di avere la possibilità di prendere per mano questi giovani allievi che mi hanno colpito soprattutto per i loro entusiasmi e passioni che sono esattamente quelli che avevo all’età loro.

 

A proposito di Accademia dello Spettacolo, cosa ne pensi di questa scuola d’arte?

 

Sicuramente, questa scuola ti permette di capire grazie agli strumenti e alla professionalità dei docenti, se per l’arte nutri un innamoramento momentaneo o se c’è- come si diceva una volta- il “sacro fuoco”. Frequentare le varie discipline proposte significa studiarle seriamente con tanto di verifiche in corsa d’opera, ma se il percorso  è svolto in maniera proficua o meno dipende molto dall’allievo.

 

Secondo te cos’è lo spettacolo?

 

Oggi, tutto fa spettacolo! Da una parte è bello, dall’altra è riduttivo perché ci sono molti, come me, che dello spettacolo ne hanno fatto una professione, ma soprattutto ne hanno fatto una ragione di vita. In questa società dell’immagine, sei chiamato a fare qualcosa in questo ambito perché  magari sei molto bravo ad apparire. Ma non basta, però è chiaro che esiste il doppio risvolto: la passione e la determinazione- che ho ribadito più volte- e la vendita del prodotto. Insomma, bisogna fare i conti con la qualità  delle performance  e il botteghino.

 

Nardone ci anticipa altri nuovi progetti: “Il Canto di Natale”, allestito ad Ortona dal regista teatino Sabatino Ciocca e un suo progetto ambizioso, ovvero una Lectura Dantis nei più grandi teatri abruzzesi e nei piccoli centri della Provincia di Chieti.

A comedy of Murders

 

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Monsieur Verdoux: “il barbablu” secondo Charlie Chaplin. O almeno il cattivo interpretato da Charlot, senza la maschera tanto amata del vagabondo e con una ferocia inaudita, ma sempre a modo suo. “Violenza genera violenza” e la serialità del killer (C. uccide tante donne di mezz’età ereditiere e di buon rango per mantenere la famiglia) diventa dilettantismo di fronte all’orrore dei regimi totalitari, alcuni dei quali si stanno per insediare a seguito della grave situazione economica-finanziaria e sociale della crisi, appunto, del ’29. E che poi trascinano il mondo nella terribile seconda guerra mondiale. Chaplin risulta un tombeur de femme in una visione paradossale poiché abituati a vederlo nelle vesti dell’imbranato con l’altro sesso e se ciò non bastasse spietato nel contare i soldi delle sue vittime. Sono tutte donne sedotte, sposate e eliminate, come se tutto ciò fosse un normalissimo business. Monsieur Verdoux è stato per oltre 35anni un onesto bancario per  poi essere licenziato a causa  della “grande crisi” fino a divenire il Mostro che terrorizzò la Francia. Ed infatti sono molteplici i travestimenti e le armi di seduzione (sempre gentili) che egli utilizza per adescare le sue prede e incassare i loro denaro. E  infatti i personaggi Chapliniani del film rimandano a un discorso meta-attoriale, ossia il (grande) attore alle prese con l’arte di recitare e interpretare  vari ruoli e tutto questo in un unico film. Sublime il suo interpretare, appunto,  “Dottor Jekyll e Mr Hyde”  nel corso di tutta la storia: il lavoro di barbablu e l’adorabile papà e marito nella famiglia dei tempi felici. Continuando nell’analisi di M.V. sono evidenti le autocitazioni cinematografiche usate dell’autore, come ad esempio la ragazza  in difficoltà alla fine aiutata in una notte di “caccia” che ricorda la fioraia cieca di “Luci della Città” o il finale- monologo simile strutturalmente a quello del “Grande Dittatore”, stesso tema della guerra ma il primo ammazza la speranza del secondo.  Ed ecco le frasi utilizzate per esprime questo concetto: “ tuttavia, nell’atto di lasciare questa valle di lacrime...” e a “ben arrivederci presto…molto presto”, quest’ultima associata ad uno sguardo luciferino. Il film affronta anche l’atavico dualismo del bene e del male, infatti secondo Monsieur Verdoux “Non c’è bene senza male e che tutte e due sono forze arbitrarie che si bilanciano nel tempo”. Il soggetto dell’opera  è di Orson Welles